RECENSIONI

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losthighways.it 2016 – 06 – 14
a rubare la gioia intervista ai BON.NOT

A rubare la gioia: intervista ai BON.NOT

BON.NOT è l’espressione musicale del collettivo romano AKR, oppure forse è AKR ad essere l’espressione multimediale della musica dei BON.NOT… ma non è questo il punto. Ciò che interessa a noi, prima di tutto, è la qualità. Il duo romano, ora allargatosi ad una formazione a quattro, propone una musica difficile da definire, in una terra di confine “in faccia al vento” tra trip-hop e cantautorato. Prima di tutto, oltre alle definizioni di genere, c’è la passione vera e profonda che travalica la musica e raggiunge i più profondi temi della vita umana intima e sociale. Scoprirete tutto ciò nelle parole di questa intervista e nella lenta danza del videoclip che abbiamo il piacere di presentare in anteprima su LostHighways. Il brano si intitola Ruberemo ed è estratto dal nuovo album Tre, disponibile in download gratuito e licenza Creative Commons. Alle nostre domande hanno risposto Riccardo Cocozza e Domenico Catano, membri fondatori del progetto BON.NOT.

Ci siamo lasciati nel 2009 con E intanto fuori piove. Un ep di quattro tracce in equilibrio tra melodia, elettronica, ed una forte componente cantautorale. Con il nuovo album Tre lo scenario si fa più cupo. Cosa ha portato a questo?
Riccardo: Probabilmente sono cambiati gli ascolti, il nostro modo di fare musica parte sempre da una ricerca di suoni, sonorità e in generale di suggestioni che possano aiutarci a raccontare al meglio ciò che abbiamo intorno. Tutto quindi parte dagli ascolti, dalla musica che cerchiamo e dalla quale possiamo rubare qualcosa. Ecco: i nostri ascolti hanno abbandonato sonorità acustiche e si sono concentrate su qualcosa di più urbano; abbiamo seguito il fenomeno “grime” che è già diventato altro, abbiamo ascoltato certo “post-dubstep” più dilatato, studiato a fondo il flow tipico dell’ hip-hop che abbiamo sempre ammirato. È successo molto nelle periferie europee in questi anni, politicamente e musicalmente, e noi volevamo essere lì a modo nostro.
Inoltre i BON.NOT oggi sono quattro e questo lavoro è solo l’inizio di questo “raddoppiamento” rispetto al passato: abbiamo molta fretta di andare più a fondo e pubblicare questo lavoro ci permette di mettere un punto su quanto fatto finora e proseguire oltre.

Elettronica e sonorità crepuscolari sono ora il mezzo di espressione principale, ed anche le parole sono ridotte all’osso. Quella degli ultimi BON.NOT sembra una ricerca a levare dettagli per raggiungere l’essenza. Partiamo dai suoni: che tipo di lavoro è stato fatto e come è mutato rispetto al passato?
Riccardo: È esattamente così: stiamo cercando di ridurre all’osso la nostra “formula” anche se siamo cresciuti nel numero dei componenti. Pensa ad esempio che per noi questo lavoro è troppo “carico” e le nuove cose alle quali stiamo lavorando tendono ad una maggiore semplicità.
Relativamente ai testi abbiamo cercato di intercettare un’urgenza che sentiamo attorno: stiamo cercando una strada che ci permetta di non rinunciare ai contenuti e allo stesso tempo di risultare incisivi. È il nostro modo di accettare la sfida data da una soglia di attenzione nei confronti della musica (ma non solo) che crolla. Avremo sempre qualcosa da dire di importante, altrimenti faremo strumentali…ed abbiamo la pretesa di pensare che non sia tempo perso ascoltare quel che abbiamo da dire.
I suoni: il nostro modus operandi non è cambiato di molto. Ad una prima fase di campionamento segue un secondo step di ricerca di un beat sul quale andare a costruire tutto il resto. Oggi ci avvaliamo della collaborazione di Andrea (Pucci) alla batteria elettronica che ci permette di avere più tempo per giocare con i nostri giocattoli e synth.

Prodotto dal collettivo AKR e masterizzato da Jo Ferliga (Aucan), uno dei musicisti e tecnici più ricercati quando si tratta di manipolare suoni elettronici. La collaborazione è stata cercata o fortuita?
Riccardo: Non conoscevamo personalmente Jo, ma chiaramente conoscevamo il suo lavoro con gli Aucan e alcune delle cose che lo avevano visto coinvolto in fase di mastering. Eravamo piuttosto sereni che avrebbe fatto un lavoro che andasse nella nostra stessa direzione e cosi è stato.
Quello che noi cerchiamo di fare è un lavoro che abbia un sapore internazionale (a dispetto dell’uso dell’italiano) e lui in Italia è tra quelli che ci sembra andare in quella direzione con ottimi risultati.

Le parole, spesso ripetitive, a sbattere come chiodi nella mente. Nel dolore e nella rabbia riescono però ad indicare una via (“bisognerebbe forse invertire il senso di una vita intera, abbandonarci uno con gli altri”). L’ispirazione per questi testi da cosa è nata?
Riccardo: Questo è quello che volevamo, grazie. Infilare dei chiodi nella testa dell’ascoltatore è un’immagine perfetta per rendere il tipo di lavoro che abbiamo fatto sullo “strumento voce”: alleggerirne un po’ la prosa per renderla più immediata – ma non scontata – e forte. L’ispirazione per i testi ce la danno il nostro vissuto, i nostri territori, le nostre città che lottano dal basso per non inaridirsi, le persone che a modo loro resistono all’assenza di prospettive, che trovano una voglia di socialità costruttiva. Tutti i testi di questo lavoro hanno un’aspirazione, una prospettiva di “rilancio”; è il nostro modo per contribuire e probabilmente per aiutare anzitutto noi a farci forza per non rinunciare a nessuno dei nostri desideri

Ruberemo è il brano per il quale è stato realizzato il videoclip che proponiamo in anteprima. Si tratta probabilmente della traccia più intensa, musicalmente e come testo. Un’esortazione, un patto, una sfida, una scelta. “Ruberemo tutto il resto“. Il resto di cosa?
Riccardo: Gioco spesso con termini in antitesi per creare confusione, per spiazzare un po’ e “mettere in crisi il vocabolario”. Cerco di ribaltare alcune convenzioni per condividere con gli altri i miei dubbi. In questo caso quello che voglio rubare è la gioia, la serenità, la semplicità. Ma si può definire davvero “un furto”? Sono elementi che rendono una vita degna di essere vissuta, sembrerebbe il “minimo” al quale auspicare, ma guardandosi intorno si fatica a vederli negli occhi delle persone, nei loro racconti.
Io penso che questi elementi non possano essere “attesi” come un temporale estivo, ma che piuttosto vadano strappati, che tanto più ce li riprendiamo con forza e determinazione e tanto più assumono valore.
Usare il verbo rubare mi ha aiutato a rendere questa sensazione ma in particolare a minare la convenzione secondo la quale rubare sia sempre sbagliato, il cattivo sia solo cattivo: ci sono le motivazioni, le condizioni, le modalità che rendono qualcosa davvero giusto o davvero sbagliato e non andrebbero dimenticate. La vita è molto complicata e faticosa per tutti ma non bisognerebbe mai dimenticare di informarsi, partecipare e sopratutto ascoltare per cercare di capire

Il video è a tutti gli effetti opera diretta della band o meglio del collettivo AKR. L’immagine della danza solista in ambito urbano è molto forte. Un atto di bellezza e di libertà, vissuto con concentrazione e convinzione. Come si è sviluppata l’idea del video?
Domenico: Il video nasce intorno all’idea di voler trasportare le parole e i suoni verso dei movimenti fisici che ne cavalcassero le vibrazioni.
Il gioco che abbiamo adottato con Martina (coreografa e danzatrice) è stato quello di riprodurre con la danza il movimento fluido degli slow motion (super abusati nei videoclip musicali) dal vivo, live, con una partitura fisica montata su una prima improvvisazione in Teatro (grazie al supporto del TeatroForte, del Forte Prenestino) poi riprodotta in strada, nel nostro quartiere, con il pezzo in cuffia, afferrata da due telecamere in presa diretta.
Il video tecnicamente è un documentario, nella misura in cui il montaggio finale è una riproduzione abbastanza fedele, non post prodotta di quello che è successo quel giorno (solo riprese e montaggio, nessun rallenty è stato utilizzato nella realizzazione di questo video!). Ed é questo uno degli argomenti di ricerca che abbiamo esplorato negli anni col collettivo AKR: riprodurre delle tecniche e tecnologie digitali, con espressioni fisiche e dal vivo, assegnando corpi e contenuti a contenitori nativamente vuoti e schematici.

Il vostro collettivo è solito alla multimedialità. Potete raccontarci di altre vostre recenti o prossime realizzazioni?
Domenico: Diciamo che ultimamente il lavoro del collettivo si sta sparpagliando grazie a iniziative dei singoli che portano avanti i propri progetti, coinvolgendo anche nuove persone e mantenendo sempre AKR come centro stabile per la produzione. In arrivo, scaramanzie scansate, un documentario, un nuovo spettacolo di teatro, e sicuramente altri videoclip dei quali renderemo noti i contenuti quando saranno pronti. Insomma cerchiamo di non annoiarci.

I BON.NOT continuano fermamente a credere nella pubblicazione Creative-Commons. Perchè pensate che quella sia la “vostra via”? La ritenete auspicabile per molti altri, per tutti o per pochi?
Riccardo: Le licenze Creative-Commons ci permettono di essere gli unici gestori del nostro lavoro, decidiamo noi se questo possa avere un prezzo o meno. gestiamo noi la cosa… e questo ci piace da morire. Ci insegna a farlo anche nella nostra vita non musicale.
Non ultimo, permette alla musica (ma non solo) di circolare, di essere diffusa, e questo ha potenzialmente una ricaduta immediata sulla possibilità di essere ascoltati e di raggiungere luoghi più lontani. Ad oggi l’idea di vivere di musica vendendo dischi è folle, piuttosto per noi consiste nel suonare live e per fare questo dobbiamo mettere in condizione il nostro lavoro di essere raggiungibile con meno ostacoli (economici, burocratici, fisici) possibile.
Ultimamente siamo molto felici che il monopolio SIAE inizi a scricchiolare, vedremo cosa accadrà… ci sono buoni segnali, si va verso una maggiore trasparenza ed orizzontalità con realtà come Soundreef. Certo rimane un mercato e vogliamo capirne le sfaccettature prima di predenre decisioni diverse.
Ma a tutti diciamo: trovate una alternativa alla SIAE.

Un brano di Tre si intitola La preda: chi rappresenta la preda?
Riccardo: Il brano parla di una sensazione che mi sono trovato a vivere spesso, di cui ho sempre voluto scrivere e per la quale non trovavo mai le parole. Poi un giorno ho letto una cosa scritta da un amico che ricordava le “sue” giornate a Genova nel 2001.
Parlava dell’amore profondo che si può provare per chi è al tuo fianco nel momento in cui si è in pericolo: vuoi salvarti e vuoi salvarlo anche solo perchè è con te.
Io sono partito da lì per andare oltre e parlare di come una preda può diventare predatore, quando sente quell’amore, quando sa che essere lì ha un senso e che non è solo. In quei momenti la paura svanisce e ruoli cambiano.

La mia voglia di viole è una ghost track dai tratti sognanti. Un testo in prosa, sonorità eteree e luccicanti. Qualcosa di speciale per la quale mi piacerebbe avere un vostro commento/introduzione.
Riccardo: Si tratta di un brano di 15 anni fa. Uno di quei brani che abbiamo arrangiato in più modi, pubblicato in un vecchissimo EP e poi dimenticato… ogni tanto risaltava fuori tipo (anche se proprio non lo è) “canzone da spiaggia” chitarra e voce. Così quando stavamo ultimando i mix, una sera per “staccare” ho cercato un synth e l’ho rifatta da solo. Domenico mi ha guardato e mi ha detto: “l’hai registrata spero!!!” quindi abbiamo deciso di metterla dentro.

Quando sappiamo di poter ricevere ottimi consigli, chiediamo agli artisti che intervistiamo di presentare a noi ed ai nostri lettori una piccola selezione musicale: 5 brani che consigliereste ad un amico.
Dead Heat, dal nuovo album dei RAIME: ci sono atmosfere dilatatissime e di una pulizia splendida… ma dentro è come se accadessero milione di cose.
Noi facciamo ciò che siamo, dal primo disco dei SORGE: siamo cresciuti con i Massimo Volume, il suono della voce di Mimì la riconosceremmo in ogni contesto. Lo abbiamo immaginato in ogni versione ma quello che Marco Caldera è riuscito a fare con lui non ce lo aspettavamo: bellissimo e coraggioso.
Your Signs, da Love Your Crossroads di FRNKBRT: c’è un sacco di roba che si muove nella elettronica in Italia e questo è tra ciò che più recentemente ci ha colpito.
Nerissimo per il duo TEARDO/BARGELD: due entità che fanno parte della nostra vita e del nostro bagaglio, da quando sono insieme è un surplus di classe e qualità.
Naples, Western Gambia degli ELEM, da Napoli una band con Marco Messina dentro: altra entità interessantissima dal sottobosco napoletano, se puoi definire “sottobosco” uno come Messina… con tutto quel che ha fatto coi 99 Posse…
No Grazie di J-One & BeBorn: sono due giorni che non ascolto altro; flow intrigante, facce “simpatiche”, base asciutta, bellissima e moderna.
… lo so che sono sei brani e non cinque, ma ad un amic* non si nega mai niente…

A cura di

Emanuele Gessi

 

Bon.Not – Tre (Autoprodotto, 2016)

Articolo di Giovanni Carfì  https://offtopicmagazine.net/

Nascono all’inizio del 2000, sono laziali e composti da due elementi, Riccardo e Domenico; chi fa cosa e perché, non è ben chiaro. Tra influenze elettroniche e voglia di imbracciare gli strumenti, decidono di perseguire un impegno che va al di là della sola musica. Il nome trae origine da Jules Bonnot, anarchico francese, di cui ammirano schiettezza e lucidità, ma mettono in mezzo un punto per non rubare troppo dalla sua storia.

Tutta la musica che fanno è sotto “Creative Commons”, per poterla rendere il più possibile fruibile e condivisibile. Inoltre hanno dato vita anche ad un collettivo dove teatro, musica, e altre arti si fondono insieme.
Divisi e attratti dalle sonorità sperimentali di molti gruppi italiani, ossessionati da suoni elettronici più oscuri e altri più minimali, si prefissano solo due costanti: non perseguire regole e usare un cantato in italiano per potersi esprimere al meglio, cercando un equilibrio tra animo cantautorale, elettronica e la possibilità di suonare chitarra e basso, creando un suono originale. Alla band, si aggiungono negli ultimi anni: Andrea, al quale le pelli vengono sostituite dal digitale, e Antonio che è pianista, consigliere all’occorrenza e ufficialmente fonico.
Nasce così “TRE”, album nel quale traspare una ricerca sonora fatta di furti, campionamenti di tutto ciò che li ha ispirati e una miscela di questi con il giusto groove strumentale a cui aggiungere il resto. Sonorità che conservano una certa malinconia, ma di quella da fine serata, con chitarre, e suoni elettronici intermittenti come un neon rotto, intorno al quale si trovano tanti piccoli insetti.
Questa è la sensazione che si ha fin dalla prima traccia “Cosa rimane”. Un sottopasso o una galleria, un sapore acre e chilometri da fare contro il vento, apparentemente senza direzione. Una sorta di fuga, con chitarre che aggiungono determinazione e ritmo nel procedere. L’elettronica ben presente è perfettamente adesa e fusa con gli altri strumenti. La corsa prosegue con il brano successivo, ma questa volta è “La preda” che corre, o forse si nasconde. Suoni meno claustrofobici e qualche apertura, grazie al pianoforte che, mentre la voce si perde nell’impasto sonoro, rimane isolato ed esposto sul finire del brano.

centro

C’è linearità tra le varie tracce, in una successione quasi naturale, i suoni che chiudono un brano ne aprono uno nuovo. Non a caso ritroviamo il pianoforte; cristallino e in contrasto con una base che ruba una cassa molto cupa, che detta il ritmo senza essere dominante. Le voci si sovrappongono creando un intreccio sonoro molto bello, dove in modo automatico nasce un ritornello loop, che gira intorno alla fonetica alterata di “Ruberemo”, titolo della traccia. Uno dei brani che resta più impresso, grazie anche ad una struttura meno lineare.
Ci imbattiamo poi nell’unica “ballad” del disco: “Fino in fondo”. Mantiene i suoni elettronici della batteria, sui quali arpeggi di chitarra e pianoforte, creano un’atmosfera più romantica, o forse più malinconica. Spezza il disco, o comunque dà un po’ di respiro al tutto.
Ripartiamo con “Primavera”, dove c’è qualcosa in levare che trae in inganno. Una specie di “reggae”, ma sapientemente camuffato. Belli i giochi vocali, la linea di basso tiene incollati fino alla fine, con il pianoforte che ci segue dall’alto.
Ciò che accomuna di sicuro tutti i brani, è una sensazione definita “crepuscolare” dagli stessi autori, che ben descrive il suono voluto dalla band. Si sente l’influenza degli anni ‘90, forse più che degli anni ’00. Il connubio fra gli strumenti più tradizionali e quelli elettronici è più evidente in alcune tracce rispetto ad altre, ma il tipo di sonorità è uniforme per tutto il lavoro.
Gli ultimi due brani che chiudono il disco sembrano incentrati maggiormente sull’elettronica. Ne “L’impiccato”, viene fatto un lavoro più minimale e calibrato, con meno elementi sonori, lasciando più spazio alle liriche, incalzate da tappeti e doppie voci. I testi non distano molto dalle sonorità, gli uni sono la giusta conseguenza delle altre. Invece, nell’ultimo capitolo dal titolo “La mia voglia di viole”, i suoni si fanno più invasivi e presenti, tornano gli insetti e flash luminosi altalenanti. Potremmo essere in una stanza chiusa illuminata da un televisore, o allo stesso tempo sotto un albero dai rami molto fitti. L’effetto è straniante, ipnotico, come un flusso di coscienza interiore che offusca la mente.
Contrariamente alle sensazioni oscure, che possono nascere dall’ascolto di questo lavoro, i Bon.Not riescono nel loro intento di fondere sonorità un po’ meno recenti con un’elettronica più contemporanea, riuscendo a creare immagini sonore che ben si sposano con i testi.
Sul loro sito, una frase reca “Musica soffice da battaglia”, ma viene rettificato parlando di questo, come un lavoro più crudo. Probabilmente il prendere spunto da ciò che vediamo ogni giorno, cercare di tradurlo in musica, non può sempre attenersi ad una definizione data precedentemente.

 

BON.NOT, TRE, AUTOPRODUZIONE 2016

In questo inizio 2017 mi trovo ad ascoltare un disco che recupera dichiaratamente frammenti di gruppi che hanno fatto grande la scena indipendente italiana nei gloriosi anni ’90 (CSI, Posse varie, ecc.) associandoli a elettronica sempre di quegli anni (trip-hop in particolare) e a sonorità più contemporanee. Nonostante le atmosfere crepuscolari e i testi poco consolanti (tutti rigorosamente in italiano), quello che esce dalla mescolanza di beat, campionamenti e strumenti è un suono fresco, che fonde elementi industriali con il fattore umano. I Bon.Not, che da due sono diventati quattro, dimostrano di sapere esattamente ciò che vogliono, attenti ai dettagli, come si evince dall’autopresentazione pubblicata sul sito bonnotband.it, non scimmiottando l’elettronica trendy un po’ fine a se stessa, ma utilizzando tutti gli strumenti a disposizione di un artista oggi, per comunicare qualcosa, per inventare qualcosa, o almeno per provarci. La voce ossessionante di Ruberemo, i suoni martellanti de La preda, l’apparente distensione di Fino in fondo, il suono angosciante e claustrofobico de L’impiccato sono i momenti più interessanti dell’ep. (Katia Del Savio)

 

BON.NOT – Tre

www.musiccoasttocoast.it 

Tre è il terzo EP dei BON.NOT, rilasciato in free streaming e in free download il 16 giugno 2016 e registrato presso gli studi della Strato Dischi Notlabel; il lavoro è stato anticipato dal singolo Ruberemo in anteprima video.

BON.NOT nascono agli inizi degli anni 2000 e prima di Tre pubblicano altri due EP, nel 2006 e nel 2009; girano l’Europa con il collettivo AKR e nel 2015 attuano una modifica alla formazione, che amplia i suoi membri da tre a quattro. Il nome della band è ispirato al noto anarchico francese Jules Bonnot e sopratutto agli ideali che ha saputo incarnare nel corso della sua vita.

La musica dei BON.NOT cerca di fondere il cantautorato italiano (il gruppo ha scelto di usare esclusivamente la lingua italiana per i testi e sembra ferma a portare fino in fondo questa decisione) e la musica elettronica di ispirazione trip hop.

Ascoltando l’EP si possono scovare riferimenti a storici gruppi italiani come gli Afterhours e i Marlene Kuntz (a cui gli stessi membri del gruppo hanno dichiarato di ispirarsi) e, anche se in maniera velata, è possibile percepire delle sonorità simili a quelle dei Subsonica.

Fino in fondo è la traccia meglio riuscita dell’EP poiché è quella in cui i due generi , elettronica e cantautorato, riescono a fondersi bene senza far percepire quel senso di distacco che è possibile avvertire ascoltando le altre tracce; Primavera si avvicina all’obbiettivo non riuscendoci però in modo esaustivo e completo.

L’EP è composto da sei tracce più una bonus track intitolata La mia voglia di Viole, che probabilmente è possibile ascoltare solo acquistando la copia fisica in quando non è concesso farlo dallo streaming.

Momento artwork: una foto in bianco e nero che ritrae quelli che a prima vista sembrano degli spaventapasseri, suggerendo all’ascoltatore un clima di freddezza pervaso da toni distaccati e poco avvolgenti; al centro BON.NOT in un font senza grazie e in alto, sulla destra, Tre.